JUNIPERUS COMMUNIS  Linneus
 
FAMIGLIA: Cupressaceae
NOME VOLGARE: Ginepro
HABITAT: Pascoli e boschi aridi sino a 1500 mt

Arbusto dioico, alto sino a 3 mt, con corteccia bruno-rossastra nei rami giovani, desquamante longitudinalmente ;
Foglie lunghe sino a 10 mm, lineari aghiformi, in verticilli di tre, pungenti, patenti, con faccia superiore quasi piana e con una sola stria glauca ;
Fiorisce da febbraio ad aprile ;
Coni femminili di forma globosa, costituiti da poche squame carnose saldate anche a maturità simulanti una bacca, di colore dapprima verde poi blu-viola, ricoperte da pruina che maturano a fine estate-autunno di due anni dopo La fioritura.
 
Sembra che il nome del genere derivi da due vocaboli celtici  gen = cespuglio e prus = aspro, con probabile allusione alle foglie pungenti e all'asprezza delle "bacche".
Esse impiegano due anni per raggiungere la completa maturazione tanto che si possono vedere, contemporaneamente sulla pianta, sia quelle bluastre ormai mature che quelle verdi che matureranno l'anno successivo.
Le prime erano utilizzate nella produzione di liquori e come aromatizzante nella preparazione di molte ricette tipiche dalla Lapponia alla Sicilia.
Il loro sapore dipende sia dal luogo sia dal periodo di raccolta, le migliori sono quelle mediterranee raccolte in autunno, ma anche dalla loro freschezza e spesso quelle essiccate sono insipide ed inservibili.
Un macerato di bacche essiccate, nell'acqua del bagno, è un ottimo rimedio nelle affezioni reumatiche e nelle artriti.
Anticamente si credeva di poter tenere lontana con esso la peste e gli spiriti maligni tanto che, ancora verso la metà del XVIII secolo, a Velletri furono bruciati quaranta sacchi di bacche per difendere la popolazione dal flagello.
Nelle zone alpine i viandanti infilavano un ramo di ginepro nel cappello per non piagarsi i piedi.
Secondo la tradizione la croce di Cristo fu costruita con il suo legno aromatico che viene bruciato, come incenso, nelle sere di Natale, S. Silvestro ed Epifania.
 
"Dalle coccole peste e fermentate nell'acqua si ottiene una bevanda spiritosa, salubre e di pochissima spesa. Chiamasi perciò il Vino de' poveri. Dessa è tanto più grata, quanto è più vecchia. Infuse nell'acquavite danno un eccellente rosolio stomacale, e distillandole un olio essenziale." (Spadoni 1826)